VINI PIEMONTESI: BAROLO, BARBARESCO E ALTRI VINI DEL PIEMONTE

“Al ris al nasa nl’acqua e l’mora ‘n tal vich”.

Il riso nasce nell’acqua e muore nel vino. Così recitava un antico detto della tradizione piemontese, e così è tutt’oggi. D’altronde, non poteva essere diversamente nella terra del nebbiolo, dai cui vitigni nascono il Barolo e il Barbaresco, ambasciatori del Piemonte nel mondo.

La produzione vitivinicola subalpina ha origini molte antiche: furono i Greci i primi a portare vini di qualità nella regione, scaricando anfore di vino nei porti liguri e penetrando nel territorio per piantare i vigneti. Già Plinio il Vecchio, nella sua enciclopedica “Naturalis Historia”, narrava delle botti lignee usate nella zona “circa alpes”, e nel Codex Astiensis, redatto in epoca medioevale, si leggeva di Asti, città “fornita di vino buono e ottimo”. Senza dubbio, il periodo di maggior fermento vitivinicolo è stato l’Ottocento, grazie alla figura del conte di Cavour che si dedicò con passione ai primi studi ampelografici, trascorrendo il suo tempo libero nella vigna a potare e vendemmiare.

Lungo le colline del territorio savoiardo si contano 51.437 vigneti e oltre 30.000 aziende vinicole. Ogni anno sono prodotti milioni di ettolitri di pregiato vino DOCG, che viene esportato in tutto il mondo. Le tecniche di produzione più diffuse sono il guyot e la controspalliera, suddivise su “ronchi”: dei lunghi terrazzamenti orizzontali, resi necessari dai forti pendii collinari. I vitigni più coltivati sono quelli a bacca rossa, principe di tutti il nebbiolo, accompagnato da uve barbera, moscato e brachetto.

Per conoscere da vicino i profumi e i sapori del nettare degli Dei, ci si può incamminare lungo una delle “Strade del vino”: dei percorsi enogastronomici che attraversano le colline del Monferrato, delle Langhe e dell’astigiano, alla scoperta delle etichette DOCG e DOC più apprezzate.

Un viaggio che inizia sulle Colline Novaresi e Vercellesi dove il nebbiolo, qui chiamato spanna, viene imbottigliato nel rosso Gattinara: un vino che, grazie al substrato particolarmente acido e ricco di ferro su cui viene impiantato, racchiude profumi di spezie, funghi secchi, sottobosco e cuoio. Gli stessi vitigni si trovano nel Canavese, in una zona al confine con la Valle d’Aosta, dove già nel Cinquecento il Carema era conosciuto e apprezzato, al punto che il medico Andrea Bacci, nel suo “De naturali vinorum Historia de Vinis Italiae”, lo collocava tra i migliori vini dell’epoca, ricordando che veniva servito ai pasti del duca di Savoia.

Proseguendo il cammino si arriva nella fiorente zona del Monferrato e dell’astigiano: è questa l’area che dà il maggior contributo produttivo vitivinicolo. La scarsità delle piogge favorisce una composizione del terreno molto varia in sabbia-limo e argilla, condizionando la coltivazione di vitigni anche molto diversi tra loro, che vanno dal bianco cortese ai rossi grignolino, dolcetto, freisa e barbera.

In questo panorama vitivinicolo si affaccia timidamente un’etichetta DOCG a bacca bianca: il Cortese di Gavi. A differenza dei suoi compagni rossi, caratterizzati da vendemmie assai lunghe, questo vino regala tutta la sua freschezza in poco tempo. Poco strutturato, ha delicati profumi di frutta fresca, che lo rendono assai gradevole al momento dell’aperitivo. Per quanti amano accompagnare un buon calice a una pietanza leggera e di facile preparazione, è consigliato degustarlo con dei freschi involtini di bresaola, caprino e rucola: le sensazioni trasmesse da questo cibo sono equilibrate da quelle del vino, donando al palato una leggera acidità/sapidità che rende l’abbinamento armonioso. Ma che questa piccola pausa di gusto non offuschi i sapori dei vitigni a bacca nera, che lungo i pendii del Monferrato trasudano il Barbera.

La coltivazione di questo vitigno è stata documentata per la prima volta nel 1798, e probabilmente deve la sua origine a un incrocio spontaneo di semi di vitigni più antichi, tanto da essere stato considerato per anni un vino popolare, che ben si sposava con lo spirito canterino delle osterie. Riconosciuta come etichetta DOCG dal 2008, ha tempi di affinamento lunghi, un minimo di 14 mesi, ma la piacevole asprezza che trasmette al palato ne vale l’attesa. Per bilanciare tale acidità, le colline dell’alto Monferrato si addolciscono con il Dolcetto d’Alba. Riconosciuto vino DOC dal 1974, è maturato in DOCG negli ultimi anni e conta una produzione di circa 8.000 hl annui. Deve il suo nome al termine piemontese dosset: una collina non particolarmente alta sulle cui pendici si vendemmia l’uva dolcetto. Nonostante il suo nome, non è un vino dolce, ma un vino rosso profumato di viola, molto apprezzato anche nei secoli passati, tanto da essere uno dei principali oggetti di scambio enogastronomici con la Liguria.

Con le papille gustative ancora inebriate di Dolcetto, non si può fare a meno di soffermarsi nell’astigiano, patria del vino spumante, la cui produzione è seconda solo a quella del Chianti: si pensi che da solo ricopre 1/3 di tutto il contesto spumantistico nazionale.

Su queste colline il Moscato d’Asti e il Brachetto d’Acqui fan da padroni.

Non si conoscono con certezza le origini del Brachetto d’Acqui, ma la leggenda vuole che già ai tempi di Cleopatra la zona di Acqui fosse nota per la produzione di un vino ritenuto essere afrodisiaco. Le prime testimonianze certe risalgono al 1817, quando il naturalista Gallesio lo definì un “vino celebre” e, nel 1922, venne classificato ufficialmente da Garino Canina che lo definì un vino “con profumo speciale, moderatamente alcolico e zuccherino, non molto colorito che per lo più si consuma spumeggiante”. I vigneti a brachetto hanno rischiato di estinguersi nel XIX secolo, a causa dei flagelli dell’oidio, della peronospora e della fillossera, che determinarono decenni di profonda crisi fino alle soglie della seconda guerra mondiale. Ma il più celebre spumante dolce italiano è il Moscato d’Asti: nel piemontese il moscato bianco ha trovato la nicchia ideale in cui dare i frutti migliori, caratterizzati da grappoli ad acini piccoli e dorati. L’Asti, nella sua caratteristica bottiglia con il tappo raso di sughero, è dolce, morbido e fruttato, e si abbina perfettamente con la classica torta di nocciole delle Langhe.

È proprio qui, nelle Langhe, che prosegue l’itinerario alla scoperta dei due più grandi vini subalpini: il Barolo e il Barbaresco.

Grazie al clima prevalentemente secco, gli acini hanno una forte concentrazione zuccherina che assicura una produzione qualitativamente prestigiosa. I vigneti a nebbiolo usati per il Barolo sono coltivati in terreni diversi che, in base alla composizione, conferiscono a questo vino caratteristiche diverse. Il suo nome incute un certo rispetto e richiama le immagini delle colline sabaude irrorate dal sole nel periodo autunnale. Il Barolo è uno dei capisaldi della produzione vitivinicola italiana nel mondo, ma non è un vino facile da ottenere: ad esempio è bene impiantare dei cloni di nebbiolo ad acino piccolo, che garantiscano una decisa pigmentazione e un’ottima carica di gusto. Anche la vendemmia di queste uve avviene con modalità diverse: chi punta sulla tradizione, preferisce un vino più robusto e tannico, da maturare a lungo in grandi botti, lasciando che il lento scorrere del tempo affini tutte le sue caratteristiche; mentre chi punta sull’innovazione, utilizza botti piccoli per produrre un vino un po’ più morbido e gentile, apprezzabile in tempi più brevi. Anche per il Barbaresco le caratteristiche cambiano in base alla zona di produzione, che comunque si concentra lungo le pendici collinari sulle rive del Tanaro. Questo vino, già noto ai Romani, nei secoli ha migliorato la sua fama, fino a quella attuale, che lo consacra come una delle migliori realtà vitivinicole mondiali. Ha un colore rosso granato tipico del nebbiolo da cui si ottiene, con splendide sfumature aranciate: riposa per lunghi mesi in grandi botti e si esprime in un sapore morbido e vellutato, in grado di soddisfare anche i palati più esigenti. Caratteristiche, queste, che gli hanno assicurato la denominazione DOC fin da 1966 e la DOCG dal 1980.

Arricchiti di questa nuova cultura enogastronomica, non resta che sedersi in un’osteria per scaldare i cuori e i palati con un saporito bollito alla piemontese, accompagnato da un calice di corposo rosso subalpino.