La necessità di comunicare è una caratteristica propria dell’uomo, perché noi siamo, come qualche studioso ci ha definiti, “animali sociali”. É sin dall’età della pietra che l’uomo cerca l’approccio con i suoi simili, prima con gesti poi con parole: così è nata la comunicazione.

Franco Berardi Bifo nei suoi ultimi scritti ci racconta come ormai i bambini prima ancora di apprendere il linguaggio e la parola genitoriale imparino una gestualità legata al tablet. Potremmo dire che oggi quello che per Lacan era lo stadio dello specchio oggi sia lo stadio di questo mezzo, usato come strumento di autoriconoscimento sociale?

Il tablet non è altro che uno specchio in cui l’Io trova una sorta di facile e fittizia condiscendenza, una procedura di riconoscibilità, attraverso le amicizie su Facebook, attraverso gli avatar, si fa il conto e si compensa così la progressiva erosione di socialità. Cioè, da un lato il meticciato è lo spazio dove si danno le improvvisazioni tra gli elementi che poi devono essere oggettivati nella nuova merce, dall’altro questo è messo a valore e al lavoro, in senso lato, attraverso il tablet (inteso metaforicamente come nuova paradigma della socialità fittizia).

Il dispositivo portatile che ti connette immediatamente, ti fa meticcio nel mondo o meglio ti illude di essere parte di una complessità relazionale, di un rapporto, cioè parte di una rete di relazioni che sono però tutte mediate da quell’elemento, che se lavorato opportunamente costringe quella stessa relazione a passare da una serie di transazioni monetarie.

Il tablet produce relazioni contabilizzandole in una serie di dispositivi e di accessi a pagamento o realizzando il contesto perfetto per l’estrazione di bigdata da vendere poi sul mercato. Quindi da un lato c’è un sistema che permette a questa logica del meticciato, attraverso le connessioni,le produzioni della qualità, cioè da un lato scatena questo aspetto che produce un arricchimento che potremmo chiamare delle differenze, ma dall’altro lato dovendo poi commutare in segni monetari, svilisce e riduce gli stessi in polvere.

Diciamo che fin da piccoli nell’interazione con la macchina si entra in un circuito di valorizzazione, in cui le proprie relazioni sociali contribuiscono al processo più generale del circuito finanziario globale, a partire dalle azioni di Facebook, Twitter, etc.

Quello che ci dobbiamo necessariamente porre come questione urgente è come riuscire a de-formare questa pedagogia, come creare spazi di de-formazione sociale, come costruire una pedagogia della deformazione o meglio di deformazione di quel sociale che si basa su questo tipo di meccanismo di cattura, cioè sul meccanismo della macchina narcisistica, che sostanzialmente associa individui che non sono più in grado di passare alla fase trans-individuale del processo di soggettivazione, cioè che sono bloccati narcisisticamente e non riescono più a rigenerare il meccanismo di soggettivazione che si basa sulla messa in comune di azioni, progetti, valori, concetti, simboli.

Allora il grande problema è come fare deformazione, come iniziare un processo di grande deformazione, come rompere con quella pedagogia che si istituisce attraverso gli info-stimoli degli schermi e dei tablet che servono a produrre schemi di vita performativi.

Quindi smontare non più solo gli schemi contenitivi e di obbligazione ma anche quelli sollecitativi e di orientamento.