E’ successo a tutti di guardare, anche solo per sbaglio, una partita di calcio in televisione, su un mega schermo o al bar della piazza.

Anche il meno competente avrà notato la bravura dei giocatori in campo: veri professionisti, si direbbe.

Invece no, perché nel nostro paese la differenza tra professionista e dilettante dello sport è ancora netta, ma solo su carta.

La legge che stabilisce le prerogative di un professionista, risale al 1981 e dice “sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico sportivi e i preparatori atletici che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso, con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI e che conseguono la qualificazione dalle Federazioni sportive nazionale[…]”.

Insomma, ad avere la prima parola sulla questione è il CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) che decide chi far diventare professionista e chi no: solo quelli che esercitano l’attività sportiva all’interno di Federazioni a titolo oneroso e in modo continuativo.

La stonatura si avverte subito e crolla il mito dell’atleta che ha raggiunto la vetta grazie al suo sforzo, alla sua volontà e alla sua costanza, valori che a quanto pare non bastano per far si che un atleta faccia dello sport il proprio lavoro.

Oltretutto, l’obiettivo del professionismo è ancora più rigido se pensiamo che le Federazioni riconosciute dal CONI sono solo quattro: la Federazione Italiana Giuoco Calcio (F.I.G.C.), la Federazione Ciclistica Italiana (F.C.I.) , la Federazione Italiana Golf (F.I.G.) e la Federazione Italiana Pallacanestro (F.I.P.) contro i 56 sport per dilettanti dotati comunque di valide strutture e di un’ottima organizzazione di mezzi e di sicurezza.

Anche i loro atleti sono tecnicamente validi e competenti e con una grande forza di volontà, ma rimangono pur sempre dilettanti.

Quelli che stanno dall’altro lato e che magari hanno sudato e faticato quanto un professionista, per vedersi riconoscere al massimo un rimborso spese.

Nessun pagamento dei contributi pensionistici né tutela in caso di invalidità, nessuna garanzia previdenziale e dunque, nessun vero lavoro.

Tutto questo però non può risolversi con la lealtà, l’impegno e il rispetto che sono i principi su cui si basa l’ideale Olimpico, ma solo grazie a delle norme (anche per il dilettantismo) che non siano solo di natura formale, perché alla fine dei conti lo sforzo e l’impegno rimane uguale.

Ma se questo sembra poco, c’è qualcosa di ancora più allarmante nel nostro paese, una vera e proprio discriminazione sportiva: le donne non possono diventare professioniste. Se quindi per un uomo dilettante è difficile raggiungere la vetta, per una donna diventa addirittura impossibile.

Alla base c’è innanzitutto il fatto che gli sport femminili nel nostro paese non ha lo stesso impatto di quelli maschili, non vengono seguiti allo stesso modo e, a dirla tutta, intorno ad essi non circola lo stesso quantitativo di soldi. Quindi sono meno interessanti.

Donne di sport come Federica Pellegrini però, sono in vetta alle classifiche, alle vittorie ed è evidente a tutti la loro capacità di raggiungere lo stesso livello tecnico di un uomo. Ma Federica Pellegrini per la legge italiana è un’atleta dilettante, come se appartenesse ad uno di quei 56 sport che per il CONI, non hanno alcun rilievo.

Per il genere femminile le soluzioni diventano due: la prima è quella di cambiare paese e quindi ‘emigrare’ all’interno dell’Unione Europea che, dal lontano Giugno del 2003, si era mossa per porre fine a qualsiasi tipo di distinzione di genere, in seguito ad una decisione del Parlamento Europeo che “sollecita gli Stati membri e il movimento sportivo a sopprimere la distinzione tra pratiche maschili e femminili nelle procedure di riconoscimento delle discipline di alto livello”. L’Italia però non l’ha fatto.

La seconda possibilità è di entrare a far parte dei corpi militari e quindi riuscire ad ottenere tutti quei diritti che il CONI non concede, tra cui: stipendi, tredicesima e quattordicesima, tutela sugli infortuni e maternità.

Quest’ultima è l’ennesimo punto dolente per le sportive italiane che, proprio come tutti i dilettanti, sono soggette al Vincolo Sportivo e cioè quel legame indissolubile che lega l’atleta alla società cui appartiene, che diventa in grado di esercitare sui propri sportivi alcuni privilegi, senza la loro approvazione.

Tra questi ci sono le ‘clausole anti-gravidanza’, accordi che prevedono la recessione del contratto in caso di maternità.

Molte atlete hanno rinunciato ad avere un bambino per poter andare avanti e vivere della loro passione, in caso contrario invece, diventare mamme voleva dire rinunciare ad un sogno.

Tutte queste ‘discriminazioni sportive sono allarmanti e solo di recente si sta facendo largo l’idea che, per definire un professionista e un dilettante come tali, è necessario guardare al concreto piuttosto che alle normative o alle Federazioni di appartenenza. Perché se è vero che lo sport è di tutti, allora ognuno deve poter avere il posto che merita.