A seguito della crisi economica mondiale, negli ultimi anni anche il lavoro, con tutto ciò che vi si riconnette, ha subito un mutamento per certi versi epocale.

Spesso le politiche sociali dei governi non riescono a rispondere agli effettivi bisogni degli strati sociali meno fortunati, e il malcontento nella popolazione si diffonde soprattutto per la mancanza di lavoro, senza il quale diventa sempre più difficile vivere a pieno il presente e progettare il futuro.

La competitività nel lavoro è a volte spietata, e danneggia quello che è il suo vero capitale, le risorse umane.

Infatti, per mantenere una dignità morale ancor prima che professionale, per avere successo, un’azienda, in qualsiasi settore, deve privilegiare il proprio rapporto con i dipendenti, rapporto che dell’azienda stessa rappresenta in definitiva la quintessenza.

Perché tutto funzioni è necessario che vi sia qualità, l’anticamera dell’eccellenza. Nell’attuale marasma economico, politico e sociale la qualità ha ancora una sua ragion d’essere, in particolar modo laddove è chiaro lo scopo da conseguire: nello specifico, la produttività aziendale.

A ben vedere, nel lavoro qualità è sinonimo di serietà.

È professionalità. In poche parole, chi orbita intorno alle alte sfere deve potersi fidare dei propri dipendenti.

E la qualità passa in primis per il curriculum vitae, che del dipendente racconta istruzione, competenze ed esperienze lavorative.

Essendo però l’azienda qualcosa di simile a un essere vivo e pulsante, non può assestarsi sul proprio status quo; deve anzi approcciarsi al variare degli scenari con dinamismo. Essere quindi al passo con i tempi. Aggiornarsi.

Ed è per questo che in ambito aziendale si sente parlare di Employee Retention, ovverosia di conservazione dei dipendenti, perché gli stessi siano sul lavoro soddisfatti, quindi produttivi, quindi capaci di ottenere i migliori risultati.

Come a dire: se ho un dipendente qualificato, è bene che io ne abbia cura, che me lo tenga stretto… mi serve, eccome se mi serve.

In ogni caso, è fondamentale in partenza conoscere nel dettaglio lo status quo dell’azienda perché l’Employee Retention possa sviluppare la più adatta delle strategie.

Generalmente però, dopo l’assunzione selettiva del personale, si procede all’ascolto dei dipendenti, uno scambio tra superiori e sottoposti che contribuisca a creare un clima disteso.

Si offre poi a questi ultimi formazione continua, anche grazie ai finanziamenti ottenuti dai Fondi Interprofessionali, accordi stipulati dalle Organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori.

Compensi adeguati, benefits e il riconoscimento dei traguardi raggiunti incentivano invece i dipendenti a mantenere alto il livello del proprio lavoro, da svolgersi, se in sede, preferibilmente in una postazione confortevole.

L’Employee Retention valuta anche il rischio di abbandono di uno o più dipendenti qualificati, ravvisando prontamente un eventuale calo della produttività, lamentele e il mancato rispetto dell’orario di lavoro.

Viene alla fine facile convincersi come la qualità non tradisca, e riscontrare un’esattezza quasi matematica in quel ragionamento per cui la produttività necessita di qualità, così come la qualità necessita di essere riconosciuta, curata e stimolata perché possa rendere al massimo del proprio potenziale.

Acquisendo quanto ampiamente prefissato.