Parlando di qualità della vita, ci riferiamo a qualcosa che interessa ogni singolo essere umano.

Un concetto talmente vasto che può partire dalle più grandi decisioni politiche, alle più piccole azioni quotidiane e che ancora oggi non trova una vera e propria definizione.

Nel corso degli anni lo sviluppo della società ha cambiato ed aumentato le basi di misurazione di questo indice, talmente tanto da non capire più quali siano i nostri limiti. Vediamo allora qual è la situazione di oggi e quali fattori vale la pena considerare.

Il concetto di qualità della vita non è sempre esistito. Arrivò negli anni sessanta del XX secolo quando, per la prima volta in America, si iniziò a parlare di welfare (benessere) e quindi di una valutazione del progresso sociale che non si basava più solo su fattori materiali e di ricchezza (PIL), ma anche su quelli di tipo qualitativo come la felicità del singolo cittadino, la propria realizzazione personale o la salute fisica e mentale.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha definito questo concetto come il modo secondo cui ogni singolo individuo percepisce la propria vita (misurabilità soggettiva), addizionato alle valutazioni di altri fattori materiali (misurabilità oggettiva) come il lavoro, la famiglia o le relazioni sociali.

É difficile dunque comprendere il livello di qualità della vita di un determinato luogo per mezzo di un fattore unico, ma solo grazie ad un insieme di fattori oggettivi e soggettivi che comprendono: l’ambito fisico (stanchezza, energia, stress, ore di sonno), l’ambito psicologico (soddisfazione personale, stati d’animo, emozioni, umore), l’ambiente (disponibilità del luogo in cui si vive e quindi: possibilità di accedere ai vari servizi sanitari, ai mezzi pubblici, ai servizi etc.), il livello di indipendenza (lavorativa, di spostamento oppure economica), le relazioni sociali (amici, capacità di socializzazione, supporto da parte di terzi) e infine, le credenze personali (come la spiritualità o il modo di vedere la vita).

In Italia, secondo uno studio pubblicato dal Sole 24 Ore del Lunedì, sembra che il piccolo comune Veneto di Belluno sia in testa alla classifica, superando di gran lunga le grandi metropoli come Milano (all’8° posto), Firenze (al 12° posto), Roma (al 24° posto) e Genova (al 48° posto). Mentre altri piccoli comuni e città come Aosta, Sondrio e Bolzano sono in vetta alla classifica.

La qualità della vita dunque è qualcosa che non dipende esclusivamente da fattori evidenti e calcolabili come lo sviluppo economico, la produttività e i servizi ma dal grado di benessere generale che ciascuno di noi può anche valutare privatamente e che, se ci pensiamo bene, dovrebbe essere l’unica vera finalità di altri settori che riteniamo scioccamente più importanti; tra cui le scelte economiche, sociali e lavorative.

Proprio per il suo carattere eterogeneo dunque, la qualità della vita può migliorare solo se tutti i suoi fattori migliorano, dalle decisioni politiche (leggi sulla sanità, sulle tasse o sull’età pensionabile) a quelle individuali. Ma vediamo meglio di cosa stiamo parlando e quali sono gli elementi che hanno contribuito a ottimizzare o peggiorare la qualità delle nostre vite.

Per farlo, ci faremo aiutare dalle ricerche condotte (a partire dall’anno 2015) dalla Winter School, una scuola finanziata dalla Regione Toscana, che ha riunito un vasto gruppo di giovani economisti, psicologi, antropologi, sociologi di altissimo livello arrivati in Italia da diverse parti del mondo (Cina, Corea, USA, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Italia, Svizzera e Sud Africa) per studiare i fattori principali e meno visibili che influiscono sulla qualità della nostra vita.

Un primo elemento è quello della diseguaglianza dei redditi. Questa infatti influisce negativamente sia gli strati sociali più ricchi che quelli meno abbienti, aumentando drasticamente il tasso di criminalità, di disagio giovanile e dell’isolamento sociale.

Un secondo fattore è quello delle ore di lavoro. Lavorare più a lungo influirebbe soprattutto sulla salute del singolo (come la vita sedentaria, l’ara respirata negli uffici) e non solo, perché rimanere fermi in uno stesso posto troppo a lungo diminuisce i rapporti sociali, la possibilità di coltivare altri interessi e di dedicare tempo ai figli e alla famiglia. In termini di età pensionabile invece, sono soprattutto i lavoratori manuali ad essere più a rischio.

Lavorare per un periodo di anni eccessivo infatti, aumenta anche il rischio di infortuni per gli impiegati non più giovani e meno agili.

Passando ad un livello ‘psicologico’ invece, le comparazioni sociali sembrano essere una delle maggiori cause di infelicità e di insoddisfazione che, oltretutto, aumentano sempre di più durante gli anni di prosperità.

Se il signor X infatti, si paragonasse sempre ad una certa ‘categoria’ o gruppo di persone che egli stima e vorrebbe imitare sarebbe inevitabile che, nel momento in cui non ci riesce, anche la sua frustrazione aumenta.

Sebbene il Sig. X potrebbe dirsi soddisfatto per ciò che già possiede, l’aumento dei beni e delle necessità che crediamo dover avere, accresce proporzionalmente la nostra insoddisfazione quando non li abbiamo.

A tal proposito, lo studioso di economia della felicità, il polacco Marcin Piekalkiewicz, suggerisce una cura: le relazioni sociali. Queste infatti sembrerebbero aumentare la possibilità di confrontarsi con i limiti altrui, di parlare dei propri, di sentirsi apprezzati per altri tipi di valori e dare meno importanza al successo del prossimo.

Altro fattore rilevante è l’ istruzione. Da anni ormai, i paesi scandinavi hanno adottato un tipo di insegnamento chiamato ‘scuola partecipativa’ o ‘apprendimento e insegnamento ricreativo’: si tratta di un nuovo metodo, molto facile da attuare basato su un tipo di scuola che non mira a sottomettere lo studente, a pressarlo e ad imporgli serrati ritmi di studio; ma che piuttosto lo accoglie, lo rende artefice e protagonista del proprio sapere attraverso metodi di apprendimento alternativi, come l’esposizione in classe, il lavoro in gruppo e soprattutto l’aggiunta al programma di base, di almeno tre nuove discipline: l’autostima, le buone relazioni con gli altri e l’autonomia.

Questo per far comprendere come la scuola non debba essere un lager di formazione e di inserimento nel mondo del lavoro, ma una palestra per imparare a conoscere se stessi e le proprie passioni. Non a caso i paesi che hanno adottato questo tipo di istruzione sono tra quelli con il più alto tasso di rendimento scolastico.

Ultimo fattore, ma non per questo meno importante degli altri, è quello della rivoluzione tecnologica. Le nuove invenzioni sono la base della terza, grande rivoluzione industriale: hanno cambiato il nostro modo di pensare il mondo come non più immodificabile ma soggetto alle leggi dell’uomo, che egli può cambiare a seconda delle proprie esigenze, tanto che oggi siamo quasi convinti che non esista più mondo senza che noi non ci mettiamo mano.

Comunichiamo con il telefono o con il computer prima ancora di chiedere a qualcuno se vuole vederci, cuciniamo solo con attrezzi che ci aiutano a farlo, ci spostiamo solo con la macchina e non riusciamo più a goderci il piacere di una passeggiata.

D’altro canto però, tecnologia è anche avanguardia, miglioramento e velocizzazione delle comunicazioni e quindi degli aiuti, supporto ai disabili che grazie alle protesi possono vivere ‘normalmente’, droni che permettono di evitare all’uomo i lavori più pericolosi.

Insomma, se da un lato la tecnologia ci sta impigrendo, dall’altro ci aiuta, il problema è solo come la utilizziamo.

La Qualità della Vita infatti non è solo quello che facciamo ma come la percepiamo: se siamo costretti a stare tutto il giorno di fronte ad un PC perché questo ci porta un guadagno reale, questo non vuol dire che la nostra percezione sia positiva, perché il fato di stare fermi ci impedisce di fare altre cose che l’uomo non può eliminare dalla sua vita come: scoprire, vedere, respirare e socializzare in maniera autentica.

Sembra paradossale, ma la Qualità della Vita di oggi – fatta di comfort, cibo modificato e succulento, mezzi di trasporto sempre più potenti, smartphone che ci semplificano gli spostamenti, i pagamenti e i rapporti sociali – è meno positivo di quello di ieri. Non stupisce allora che nel nostro paese le regioni con un tasso più alto di qualità della vita non siano le innovative metropoli ma i centri minori come Belluno, Aosta e Sondrio, dove forse si è riuscito a conservare la bellezza dei piccoli piaceri quotidiani.