Inutile nascondersi, le festività natalizie sono anche il periodo dell’anno in cui indugiare con le prelibatezze della cucina italiana, lasciandosi magari un po’ andare con i dolci tipici, invogliati dal freddo e dall’atmosfera tentatrice. Proprio i dolci tipici natalizi sono ormai una delle colonne dell’esportazione enogastronomica del nostro paese, basti pensare che lo scorso anno nel mondo sono volati prodotti per quasi trecento milioni di Euro, e un +10% rispetto all’anno precedente.

Questo boom non è solo frutto degli investimenti sui prodotti e sul marketing, settore in cui le aziende nostrane sono maestre, sapendosi da sempre inserire con gusto e capacità nell’immaginario collettivo natalizio con campagne e slogan d’effetto. Chi sono i più “golosi” di prodotti tradizionali italiani? Sorprendentemente i francesi, seguiti da tedeschi e britannici: i cosiddetti “cugini” hanno acquistato prodotti per più di 75 milioni di Euro, numero senza precedenti, che potrebbe forse farci riflettere sulle supposte antipatie tra Italia e Francia.

Le aziende del settore sono addirittura circa 90.000, con più di 43.000 specializzate nella sola pasticceria, molte delle quali hanno trovato un grande aiuto dal riconoscimento dell’Unione Europea dei marchi Dov, Igp e Stg. Sono ben 277 i prodotti tutelati con i suddetti marchi, rendendo l’Italia prima tra i paesi del vecchio continente, addirittura rappresentando da sola più di un quinto della totalità dei prodotti di qualità europei. Ovviamente il Natale e le festività in generale non significano solo prodotti di pasticceria o produzioni industriali ma probabilmente il momento più alto della cucina italiana, il periodo in cui generazioni di cuochi, amatoriali e non, danno il meglio di sé dietro ai fornelli.

Ovviamente ogni regione italiana ha le sue tradizioni e ognuno di noi, per gusto o per campanilismo si sente di preferire i piatti tipici delle tradizioni più prossime, ma uno sguardo obiettivo non può che sancire una sostanziale parità tra le meraviglie culinarie delle festività italiane. Partendo dal nord, la nostra carrellata da acquolina in bocca non può che passare per gli agnolotti e il bollito piemontesi, il tipico pesce ligure natalizio cioè il cappon magro, che con l’anguilla (piuttosto comune a molte tradizioni regionali) non può mancare sulle tavole del nord-ovest. Come non citare i canederli che allietano praticamente ogni pranzo di Natale altoatesino, le zuppe friulane o la polenta veneta, spostandosi verso est.

E al centro Italia? Beh sarebbe impossibile non menzionare l’Emilia con i suoi tesori: tortellini in brodo, passatelli, lasagne ma anche il tipico “magro”, il pesce. Baccalà in umido o fritto, comune a molte delle cucine del centro della penisola, vero e proprio caposaldo del cenone natalizio romano assieme alla famosa pasta e broccoli in brodo d’arzilla o al fritto vegetale, terra di scontro di generazioni diverse che preferiscono pastelle diverse.

E il sud? Beh a Napoli non esiste un cenone o un pranzo di Natale senza struffoli e rococò, senza anguilla o le minestre, comuni a molte tradizioni del meridione. Le isole non mancano di meraviglie culinarie: non possiamo dimenticare la siciliana pasta con le sarde o i cannoli e i sardi, eccellenti, culurgiones cicè tipici ravioli ripieni di formaggio e patate. Come possono questi “asset” non essere considerati, quindi, quando analizziamo il buon momento del comparto agroalimentare italiano? Anzi, ci sarebbe da chiedersi perché l’industria alimentare italiana non esprima valori ancora più alti, viste le potenzialità…