Non sono i pompieri incendiari immaginati da Bradbury in Fahrenheit 451 a minacciare la carta. E forse i buoni vecchi libri, quelle anime di cellulosa e inchiostro, che riempiono le nostre vite di polvere e di storie, sono più al sicuro di quanto pensiamo. I libri digitali avanzano, la loro offerta cresce, anche perché molte case editrici iniziano a recuperare il loro catalogo, ed è un’ottima notizia il fatto che tanti titoli resteranno in vita grazie agli ebook. Ma i lettori di libri digitali non sempre aumentano. Per esempio, nel 2015, in Italia sono diminuiti del 5,6%. Una rete coraggiosissima di librai e un mondo editoriale intraprendente hanno saputo inventare strade sempre nuove per attrarre i lettori verso la carta, e questo nonostante i colossi del commercio elettronico non siano stati sempre dalla loro parte, anzi.

Un segnale importante, ci fa pensare che la carta sia ancora il futuro o almeno nel futuro. Il libro resisterà, nelle sue varie forme, luogo intimo della lettura, spazio fisico delle glosse, dei fiori pressati, delle frasi sottolineate, imparerà a convivere con il suo gemello digitale, che magari assumerà sembianze sempre più raffinate, fino a diventare un ologramma, chissà, una proiezione del pensiero. A correre il rischio di sparire per sempre invece sono i giornali di carta. Basti pensare che in 20 anni il Corriere della Sera è passato da oltre 600 mila copie vendute al giorno a circa 200 mila e lo stesso si dica per la Repubblica, che si aggirava intorno alle 500 mila copie. I grandi quotidiani hanno sofferto l’avvento della cosiddetta free press, prima, e poi dell’informazione web. Spesso non sono riusciti a tenere il passo neppure su internet, dove, salvo le dovute eccezioni, in moltissimi casi i ricavi pubblicitari non sono ancora in grado di garantire introiti sufficienti per un giornalismo di qualità. La moltiplicazione dell’informazione fa sì che, oggi come domani, non sia più la memoria il requisito fondamentale della conoscenza, ma la capacità critica, l’abilità nel selezionare gli infiniti stimoli, le notizie, spesso fallaci, incomplete, distorte. Alcuni pensano che l’antidoto a questo bombardamento sia il cosiddetto “data journalism”: una forma di giornalismo che raccoglie ed elabora i dati, passando attraverso il fondamentale momento del “data checking”, ovvero il controllo, per mezzo dell’analisi e il confronto delle fonti. Una terminologia piuttosto anglofila per ribadire quei concetti di serietà e professionalità che dovrebbero essere alla base di ogni forma di comunicazione. La serietà, dunque, come strumento per distinguersi sul web e per resistere nel mondo della carta.

I quotidiani cartacei, tuttavia, non si sono ripensati abbastanza, nonostante sappiano di non poter battere l’informazione digitale sulla velocità, e spesso arrivino in edicola con notizie già superate. Solo uno “slow journalism”, per continuare sulla scia degli inglesismi, un giornalismo lento, approfondito, fatto di dati, di inchieste, di riflessioni non improvvisate, piuttosto che di opinioni e chiacchiera politica, potrà salvare il giornalismo cartaceo. E invece spesso i direttori pensano che basti riempire le pagine di poste del cuore, di editoriali vacui, o addirittura affidare intere sezioni ai videoblogger (o vlogger), perché la loro notorietà possa attirare nuovi lettori, senza capire che una persona brillante su Youtube, non sa necessariamente tenere la penna in mano. E poi sembra che la stampa cartacea non tenga in considerazione la disaffezione dei cittadini per la politica e satura ancora oggi le prime dieci pagine almeno di dibattito della politica su se stessa e non sull’azione concreta dei governi. Di questo passo i giornali cartacei nel 2050 andremo a cercarli in qualche archivio storico. In generale, il giornalismo ha ricevuto una durissima lezione con l’ascesa di Trump al potere. Molta stampa aveva dato per impossibile questo risultato, dimostrando così quanto la rincorsa ai dibattiti elettorali abbia allontanato il giornalismo dalla società reale, dall’indagine sul campo. Da questo insuccesso, l’ultimo di una lunga serie, il mondo dei media forse prenderà spunto per rinnovarsi, per investire meglio le risorse, concentrandosi su ambiti di riflessione e investigazione che interessino e attraggano davvero il lettore.

Senza questo, non solo la carta stampata, ma il mondo dell’informazione nella sua totalità è destinato al caos. La televisione offre un panorama interessante e variegato, anche se per certi aspetti non meno preoccupante. L’era dei talk show politici va esaurendosi, la crisi dell’audience è iniziata. Alcuni telegiornali hanno deciso di puntare su approfondimenti e dossier, che potranno raccogliere lo stesso favore dei programmi di inchiesta, mentre altri sono rimasti legati a un vecchio modello di Infontainment, cioè a un ibrido tra Information e Entertainment, informazione e intrattenimento, che ha snaturato il senso della notizia e lo stesso linguaggio giornalistico. Il problema, però, è che le fasce più giovani seguono poco la tv e questo non fa ben sperare per il suo futuro. Basti dire che nel 2015 il 71% dei telespettatori di Raiuno aveva più di 55 anni. Andando avanti di questo passo, nel 2050 la tv, o la sua evoluzione tecnologica, sarà seguita da un pubblico decisamente anziano. I ragazzi sono molto più attratti dal web, leggono le notizie sfogliando le loro reti social, i più diligenti rivolgendosi a siti di quotidiani e agenzie di stampa nazionali e internazionali.

Le nuove star del loro immaginario sono gli youtuber: commentatori creativi, dispensatori di consigli di ogni tipo (per il trucco, per le conquiste amorose, per i videogame, etc.). I videoblogger hanno migliaia, a volte milioni, di utenti e un’influenza sulle fasce più giovani che è difficile immaginare. Alcuni hanno paragonato Youtube alle radio libere degli anni Settanta e alle televisioni private degli anni Ottanta. È evidente che il futuro passerà anche da lì, che questi spazi della rete andranno incontro a notevoli espansioni ed evoluzioni, sostituendosi o reinventando anche i domini della televisione. Quanto alla radio, essa sembra il mezzo di comunicazione più sornione, più resistente al tempo.

Quel suo essere puro suono, pura voce, costretto spesso alla velocità, al rapimento repentino dell’attenzione altrui, permette al suo fascino di non morire. Negli ultimi anni, dopo un apparente declino, gli ascolti e gli introiti pubblicitari sono tornati a crescere. Quel che più conta è che il pubblico della radio copre tutte le fasce di età, con percentuali altissime anche tra i giovani. Forse allora non ci saranno più le onde, tutto passerà per il web e le sue metamorfosi, ma la radio senza dubbio continuerà ad accompagnare i nostri viaggi, per quanto veloci saranno diventati, continuerà a riempire i pomeriggi malinconici dei nostri nipoti adolescenti, che sicuramente vorranno chiudere gli occhi e sognare al ritmo di una canzone, anche nel 2050.

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